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GLI USA, IL CANADA E LE FAVOLETTE


Tutti emigrano. Lo fanno gli inglesi, che potrebbero anche non lamentarsi di come funziona l'industria dei videogiochi da loro: lo dice Develop. Figurarsi cosa bisognerebbe dire qui, dove comunque si continua a menarsela su quanto tutto sia potenzialmente fico e costantemente in espansione (e intendiamoci: la cosa va fatta per attirare l'attenzione, ci mancherebbe). La realtà però è che nonostante i numeri relativi a quel che i videogiochi producono a livello di venduto, il resto è fuffa.
E quando parlo del resto, tenendo fuori per un attimo gli studi di sviluppo (che non ci sono, alla fine), mi riferisco a chi gira intorno al mondo gaming in qualche modo. Non sono professionisti, non sono persone che con i videogiochi ci campano, non sono persone a cui per certi versi interessa restare. E se comunque ciclicamente aperture e chiusure di compagnie più o meno internazionali si sono sempre verificate, il trend di adesso (per la crisi e per altri zilioni di motivi) sembra essere un pelo diverso. Recentemente ha chiuso 2K qui da noi, poi ha chiuso THQ. Ha chiuso Koch, che poi ha riaperto (qualche piano sotto di noi a Milano), Black Bean è stata ridimensionata (ora condivide gli uffici con Milestone in sostanza) e sono rimaste a casa un pacco di persone brave. Se parliamo di editoria, lasciamo perdere: siti web amatoriali poppano come se non ci fosse un domani, mentre Videogame sciopera (voci di cassa integrazione su Edizioni Master fanno non fanno ben sperare) e Spaziogames rivolta il suo staff come un calzettone (trasformando interni in esterni e viceversa, ma pure qui c'è da capire). Eurocoso sorvolo, per ora, Everyeye non ho idea onestamente, mentre Multiplayer che è l'unico vero gigante strutturato a modo, con un capo e una coda, deve comunque qualcosa a tutto ciò che c'è intorno al sito: uno shop gigantesco, le guide strategiche, Movieplayer e tutte le cose tirate su da quel genio di Pucci quando la carta contava ancora qualcosa e la rete veniva snobbata. La carta che figata. Di Master e delle voci che girano, parlavo poco sopra. Una volta, le riviste dell'editore calabrese vendevano talmente più delle altre da emergere in maniera imbarazzante dalla lotta. I dati di vendita oggi sono molto cambiati ma il problema non è tanto questo, quanto il fatto che se prima una speranza di non veder marcire le riviste stampate potevo intravederla, oggi sono preso male. Sprea va avanti a martello e sembra sempre nelle stesse condizioni. Play Press (non riesco a chiamarla Play Media Company) aveva già fallito eoni fa. Oggi è ancora presente nel gaming per mantenere una facciata ma se penso già ai numeri del 2006, quando passai in Leader, mi vengono i brividi pensando alle proporzioni vendite tenendo conto di quel che è successo ad altri più grossi, come appunto Sprea e Master. Anche in questo senso, dall'altra parte del mondo pur con tanti problemi, le possibilità esistono proprio in funzione di un settore intero, strutturato per durare e non per sopravvivere a bolle che ciclicamente si esauriscono.