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[SERIE REVIEW] WESTWORLD (S.1)


Già nei primi anni '90 la Warner aveva iniziato a pensare a un remake de Il mondo dei Robot, pellicola degli anni '70 di Michael Crichton (che ebbe pure un sequel e una miniserie dedicata nel 1980). Solo nel 2011 però si è iniziato a fare sul serio.
A un certo momento sono sempre i grandi che entrano in campo e cambiano le cose e HBO che qualche cosa di buono in effetti nel panorama televisivo recente lo ha fatto, ha prima commissionato un pilota e poi dato il via per la realizzazione di 10 ricche puntate che hanno dato vita alla prima stagione di Westworld. Una stagione che parte proprio dal primo approccio di Crichton ed esplode tutti i concetti tirati fuori all'epoca in una season che a destra e sinistra è stata in gran parte osannata come capolavoro senza eguali. Ora, la cosa più importante in questo giovedì di festa in cui ho un attimo per rilassarmi e scrivere, è evitare qualsiasi tipo di spoiler, anche perchè raccontare Westworld elencando fatti, scene, personaggi è pure un po' limitante oltre che molto difficile. Però per andare subito al punto, il mio pensiero è molto molto semplice e di pancia: Westworld è sicuramente scritta da dio e nel complesso godibile ma non è quell'incredibile pietra miliare nella storia della TV che cambia le cose o che uno tra millemila anni ricorderà come un nuovo inizio. Westworld è un bel crescendo di emozioni, quello di certo, però per me fin troppo cervellotica e inutilmente arzigogolata nella sua ricerca di un qualcosa che poi altro non è che un mix di etica e valori riconducibili alla specie umana, sempre più proiettata verso una dimensione diversa da quella originale. Una dimensione in cui gli uomini giocano a fare le divinità e le loro creazioni, macchine costruite per farsi scopare e farsi ammazzare in un parco di divertimenti a tema Far West, sviluppano una coscienza e finiscono anche per farsi girare le palle per questa condizione non esattamente esaltante.



La presa di coscienza è infatti il fulcro di tutto e la lenta trasformazione dei robot in esseri senzienti, con dei sentimenti e delle emozioni, è il punto focale da dove tutto parte in un susseguirsi di eventi che porteranno ad un epilogo altrettanto destinato alla riflessione quanto i vari singoli passaggi che puntata dopo puntata verranno fuori incrociando le vite dei protagonisti. In carne ed ossa e non. A complicare le cose, i diversi archi temporali che vedranno i diversi personaggi intrecciare vite diverse tra loro a cavallo tra il mondo reale e il parco, in una gigantesca serie di quest come fosse una sorta di MMO di un futuro ancora da vedere, impostato da game designer veri e proprio e recitato da attori di silicone. Se Westworld comunque non scoraggia strada facendo, con la sua tendenza un po' puzzonasista e il suo linguaggio volutamente complicato, è intanto perchè due mostri reggono in piedi tutto il castello: Anthony Hopkins, vabbè, che lo diciamo a fare. Nei panni di Robert Ford, creatore di Westworld, non sbaglia mai. Hopkins è bello, è ipnotizzante, è come sempre da che ho memoria. Se recitasse leggendo Topolino ci farebbe star bene pure quello. E poi Ed Harris, che forse è uno che in carriera ha ricevuto meno di quel che avrebbe dovuto e qui è in scena come un sanguinario e misterioso ospite del centro, da 30 anni impegnato nella ricerca di un qualcosa, il labirinto, che poi si rivelerà essere un'idea più che un luogo o un oggetto (in realtà si tratta di uno zampirone, a vederlo bene). L'altro pilastro è Thandie Newton che nei panni di Maeve darà il via alla rivoluzione che in molti auspicavano, trasformandosi da prostituta meccanica a spietata killer in cerca di libertà (apparentemente). Il ritmo è spesso lento ma le cose cominciano ad impennarsi dopo la metà, arrivando a un finale complicato tanto quanto il resto ma per fortuna chiaro e comprensibile che lascia aperti scenari per la seconda stagione, in arrivo nel 2018. Ce ne faremo una ragione. Da guardare in inglese, ovviamente.

VOTO 8/10