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LA CARTA, RIVISTE CHE CAMBIANO, RIVISTE CHE (RI)CHIUDONO, GENTE CHE PARLA. E TANTO ODIO


Ciclicamente il discorso sul perchè esistano ancora le riviste di carta viene fuori qui e lì e ovviamente tutti dicono la loro come per qualsiasi altro argomento, senza conoscere tante dinamiche dietro la creazione di un magazine o in alcuni casi essendo proprio convinti di cose che non esistono.
La carta, dunque, ha ragione di esistere si o no? Assolutamente si, parlando in ottica business (come al solito) ma a delle condizioni. Una rivista non arricchisce una casa editrice vendendo in edicola, oggi. Una rivista arricchisce una casa editrice portando in dote un carico pubblicitario di qualche tipo che consenta contemporaneamente di coprire le spese di produzione (contenuti, stampa, distribuzione) e di marginare qualcosina. Come è facilmente immaginabile, una casa editrice con un portfolio di qualche tipo avrà una maggiore efficacia nel momento della rivendita, magari attaccando vicino al pacchetto cartaceo un discorso web di qualche tipo, mettendo sul piatto anche riviste di altro genere su cui spalmare una bella campagna trasversale (per esempio la pubblicità di una macchina sta bene su 15 target differenti). Detto ciò, ovviamente, esistono casi di planning più o meno saggio e progetti più o meno di successo. Capita che qualcuno resti in piedi (pochi), così come capita che qualcuno fallisca (molti). Giusto ieri (e da qui lo spunto per questo topic) è stata annunciata la sospensione delle pubblicazioni di Game Republic, che era stata nuovamente pubblicata dopo un lungo stop. Gioia e tripudio tra le genti schierate contro il solito Accordi e la sua crew ma al netto dell'odio più o meno legittimo per una persona o un nucleo di persone, come sempre l'internet si riempi di stronzate dette da gente a caso, su questioni a caso. Quindi disprezzare può anche andare bene (che poi qualcuno mi spiegherà a che pro, visto che Accordi di base non risponde più a nessuno dal 1937 più o meno e se ne sbatte mediamente le palle come è sempre stato, delle questioni da forum) ma per parlare di alcune questioni occorrerebbe sapere come funziona. E intendo proprio del fare le cose.


Quando Game Republic è stata annunciata nella sua nuova veste in estate per esempio, ho cercato di spiegare su Facebook come in realtà a certe condizioni la pubblicazione di un magazine cartaceo fosse ancora sostenibile nel 2015. Le condizioni sono quelle spiegate sopra: una buona pianificazione, un portfolio rivendibile. E il punto su cui insistevo, rispondendo in particolare a un decerebrato butterato di quelli feriti perchè rimbalzati da un settore per una vita intera, era che mi pareva piuttosto strano che questa pianificazione non fosse stata fatta. Che è un po' differente dal difendere a spada tratta persone e progetti di cui poi alla fine non interessa niente a nessuno. La cosa che cercavo di chiarire bene è che non stavo parlando di successo dell'operazione garantito 100% ma semplicemente del fatto che in virtù dei punti di cui sopra, dando per scontato che la rivista non vendesse, mi pareva improbabile che fosse stato preso un rischio di questo genere senza aver fatto due conti. Evidentemente sbagliavo in riferimento a questo, visto che Game Republic ha di nuovo chiuso i battenti come detto, ma il punto non è mai stato quello. Il punto, sapendo leggere l'italiano, resta che facendo le cose bene una rivista può ancora campare decorosamente ancora oggi. E qui subentrano altri fattori, discussi anche in questo caso alla cieca sparando sulle persone (in maniera più o meno legittima, ognuno fa quello che gli pare con le sue motivazioni) ma senza capire una sega di tanti aspetti. Leggevo ieri lo stesso decerebrato butterato dell'altra volta, parlare di riviste di Play Media Company che non vendono e quindi niente soldi, per esempio. Peccato che Play Media Company non esista più da secoli e che la casa editrice responsabile di questo epic fail si chiami Caso Editore (non ho capito se sono questi qui e spero di no). Peccato anche che una rivista che non vendeva una mazza con Play Media Company che è PlayStation Magazine Ufficiale, per esempio, stia serenamente in piedi in virtù di un buon piano (fatto tra gli altri proprio da ex Play Media che insieme hanno fondato Lunasia, responsabile della pubblicazione). 



Ma poi, intendiamoci: la differenza tra un service e una casa editrice, la conoscete? Quando una rivista (di carta o sul web) va a bagno, non è che dipenda dalla redazione o da chi produce contenuti. Se una rivista cartacea non ripaga i costi, l'errore è in produzione, non nei contenuti. Quello che si faceva una volta (e si fa ancora) nei grandi gruppi, era lanciare il famoso pilota e vedere la risposta del pubblico. Qualcuno puntava anche a fare qualche uscita per mettere insieme una raccolta soddisfacente e nel caso bloccava poi il progetto (lo ha fatto pure Wired con ben altro storico alle spalle, in maniera ancora peggiore). Il nuovo Game Republic è stato rilanciato così, come fosse un pilota. E il fallimento era inevitabile purtroppo e onestamente non pensavo si potesse essere così inetti in questo senso. Ma non è che situazioni di questo genere siano mai dipese dal service o dalla redazione. E a proposito di service, sempre: ma lo sapevate che The Games Machine non era di proprietà di Sprea ma del nucleo che ne curava i contenuti? E che questo trasforma, paradossalmente, chi veniva visto come l'editore in un partner distributivo e niente più? E che questo nucleo parrebbe aver fatto un casino lato web (su cui non vantava nessun tipo di diritto contratto alla mano) avendo maneggiato in maniera un po' particolare il discorso advert online legati alla rivista? Roba di cause e avvocati, parrebbe. Giusto per dire che su Facebook son capaci tutti a far casino. Ma che magari per comprendere a fondo dinamiche complesse (di qualsiasi tipo) occorrerebbe prima fare un attimo il collage delle informazioni, delle fonti e di tutto il resto. Ma qui dopo 20 anni ancora si discute della questione del marchio PSM e della storia di PSMania ai tempi di Future e Play Press e non s'è capito ancora chi ha ragione, figurarsi.