23 settembre 2015

LA COLPA NON E' DI YOUTUBE


Sono vecchio, c'è poco da dire. Professionalmente parlando, 15 anni di servizio sono una fucilata specialmente se li si considera nello stesso settore. Eppure dopo così tanto tempo l'amore per i videogiochi è sempre rimasto lo stesso e, se possibile, è aumentato come sono aumentate le soddisfazioni, le persone conosciute, le cose fatte. Ho avuto la fortuna di iniziare in un momento molto particolare a cui guardo oggi con gli occhi di chi ha avuto il privilegio di occuparsi più o meno di ogni aspetto della complicata filiera di cui tutti, per una serie di motivi, si sentono in dovere e in diritto di parlare.
Dal 2006, fatta eccezione per la parentesi Eurogamer che ho aperto e diretto qui in Italia, oltre alle numerose collaborazioni spot con la stampa generalista, ho comunque saltato la barricata capendo quale realmente sia la strada che mi piacerebbe continuare a percorrere: lo sviluppo, il publishing, fare videogiochi. Eppure nasco giornalista e giornalista resterò (tralasciando il discorso tesserino, intendo). E il giornalismo è sicuramente mutato profondamente, se si parla di videogiochi, rispetto a quando ho iniziato. Già quando entrai in redazione, nel lontano 2001, quelli che avevano cominciato secoli prima (la prima mandata di TGM, K e compagnia) guardavano noi nuovi con uno scetticismo per molti versi giustificato. L'editoria di settore si stava strutturando, c'erano dei referenti con cui parlare, le aziende cominciavano ad aprire. Prendeva forma un movimento che sarebbe poi cresciuto a dismisura con il passare degli anni. La cosa che era rimasta identica, rispetto al passato più o meno recente, è che si trattava di un ambiente completamente chiuso, fatto di pochi attori e dominato da un paio di attori importanti che mandavano fuori ogni mese riviste per un target molto preciso, che quelle riviste le cercava. Il web, de facto, non esisteva. All'epoca entrare in una redazione era sostanzialmente impossibile o quantomeno molto molto difficile. Il collaboratore esterno era cosa rara e tutto era concentrato nel day by day della reda, dove publisher e software house si rivolgevano per i loro press tour, per l'invio codici e via dicendo. La giornata in redazione iniziava con le riunioni del caso e trascorreva tra la sala prove e la scrivania.


Scrivere e testare. Testare e scrivere. L'altra questione erano i press tour (e per qualcuno pianificazioni di altro tipo perchè il caporedattore con il marketing e le campagne ci fa i timoni, poche stronzate). Un tempo erano sostanzialmente rivolti solo alla carta stampata e capitavano mesi intere di trasferte concatenate, solo per andare a prendere il press kit X in Canada o assistere alla presentazione del gioco Y a Los Angeles. E a farli, eravamo in 6, fondamentalmente. Ognuno con la sua specializzazione (io ero l'uomo Ubisoft e degli sportivi, per esempio). Ricordo ancora quando i primi gruppi organizzati di pseudo giornalisti del web, organizzava trasferte all'E3 autofinanziate: in redazione venivano presi per il culo, come può fare qualcuno con i titoli riferendosi a un dilettante con manie di emulazione. Tutti sbagliavano. In pochi anni quei gruppetti di persone, si sono strutturati diventando poi i Multiplayer e gli Everyeye di adesso. Quei ragazzetti senza arte ne parte, a sentire i pro, hanno soppiantato i pro stessi e i loro uffici, oggi, sono ciò che più somiglia a quel (fantastico) ambiente di un tempo dove sono nato e cresciuto. Sono fiero di essere stato tra i primi ad aver capito l'importanza del momento. Quando sono entrato in Leader, nel primo anno, ho tagliato circa 100.000€ di budget destinati alla carta, per dirottarli sull'adv online. E via il primo round di insulti. Pur avendo Videogame in casa (di cui ero Direttore Responsabile), penso di essere stato tra i primi ad aver lasciato a spasso i magazine ufficiali per portare in press tour Multi o ad avere organizzato un Community Day per SBK'08 in collaborazione con EE. I tempi cambiavano ed era giusto così. Nel mentre, tuttavia, i budget continuavano ad andare senza logica alcuna sul cartaceo, che macinava numeri al contrario perchè avere la copertina di un magazine per la reportistica era comunque meglio di uno spotlight in homepage su uno di questi portali. Il resto della storia lo sappiamo. Tutto questo pippone, a che pro? Anno domini 2015: non si parla di altro che di YouTube e del male che rappresenta per il mondo gaming. Puttanate. Youtube è semplicemente un medium di massa e la massificazione, al netto di tutti i problemi che può portare, è e sarà solamente un plus per l'industria dei videogiochi e conseguentemente per i videogiocatori.


Il successo del Wii e l'apertura ai casual gamer ha aperto nuovi scenari per gli sviluppatori, per esempio. Nuovi studi, nuovi progetti, nuovi investimenti. Tanti giochi di merda? Perfetto, vero. Ma è il prezzo da pagare per tutta una serie di altre questioni nascoste agli occhi che nel lungo termine saranno solo un valore aggiunto per tutti. Così è YouTube. Certo, se parliamo di critica e sviluppo i discorsi sono molto differenti: non tutti possono portare sul mercato un prodotto per esempio anche se con la democratizzazione della tecnologia e con i tool già pronti è diventato molto più semplice. Tutti invece pensano di essere in grado di poter scrivere e criticare avendo una connessione, un blog o una vetrina a disposizione come un sito magari più strutturato. La verità è che non è così, ovviamente. Io credo che la qualità di alcuni prodotti editoriali sia impeccabile ma per una semplice questione di massa critica, anche le realtà meglio articolate e strutturate hanno dovuto aprire a un esercito di collaboratori che spesso abbassa il livello, cercando di incontrare tuttavia i gusti della massa di cui sopra. L'unboxing del gioco fatto al buio della cameretta dove si vede dietro il letto, piuttosto che i soliti articoli listone con l'elenco di 10 cose a caso sono esempi lampanti di ciò che potrebbe tranquillamente essere bollata come fuffa. Tanto quanto i video di alcuni presunti influencer sul tubo, criticati dagli stessi autori della fuffa in oggetto. Personalmente, non ho mai avuto bisogno di vedere un altro giocare per capire cose e continuo ad avere un grosso problema a livello di dignità solo all'idea di poter essere al centro di operazioni del genere. Non avrei problemi davanti a una telecamera in una fiera o in uno studio, per capirsi. Ma la ripresa fatta in casa con la webcam mentre dietro si vedono i poster e il letto di IKEA mi leva la vita solo al pensiero. Per una questione di apparenza e professionalità. 


Anyway, ho sempre ignorato YouTube ma ho dovuto farci i conti per una serie di motivi. Con il lancio di NERO, per esempio, ho seguito tanti influencer stranieri da cui abbiamo ricevuto un gran rientro in termini di contatti, ben oltre le metriche che aspettavo. Per l'Italia invece, sono andato a vedermi FaviJ che è per ovvi motivi il bersaglio dell'odio di tutti e ho sentito delle cazzate allucinanti in relazione a un diciottenne che si è semplicemente trovato nel posto giusto al momento giusto, venendo poi trasformato in un'operazione commerciale spaventosamente efficace da un'agenzia che ha tratto il meglio da un ragazzino neanche troppo stupido che oggi è ovunque e per molti è diventato il più grosso esperto di videogiochi in Italia (che poi Repubblica gli dia la home del sito, facendo passare questo messaggio, ecco, è un altro problema). Chi altro poi? Ho visto qualche video di Cicciogamer, avvistato al Drago D'Oro un paio di anni fa e di tale Zeb,uno visibilmente ritardato anche a telecamera spenta, che tra tutti è forse il problema più grosso perchè invece di giocare e limitarsi a dare opinioni su questo o quel prodotto, si è permesso di parlare di development, di come si tira su un gioco o di come si sviluppa. Ma nessuno in quel caso ha fiatato. Menzione d'onore per Sabrina che conosco invece dai tempi di Videogames Party e che (per sbaglio) ho seguito dal primo video fatto qualche tempo fa sul suo canale, oggi arrivato ad oltre 100.000 iscritti (messa in apertura in quanto pheega, of course). Ho letto cose allucinanti relativamente ai suoi video. Robe su la dignità della donna piuttosto che del gamer (che già questa...) che hanno alimentato discussioni inutili sui social e che danno la misura di una situazione che è quasi limitante definire ridicola. Io vedo una persona che si diverte e che fa divertire un target molto preciso, tanto quanto quello identificabile nell'appassionato che sta lì a guardare un ciccione spacchettare Uncharted illustrando la bellezza della statuetta contenuta nella limited che mi potevo guardare da solo con Google. La verità è che la gente, dovrebbe imparare a farsi i cazzi suoi e a comprendere che il mondo è bello soprattutto perchè è vario. E che c'è spazio per tutti. C'è poi chi viene premiato e chi no, chi guadagna e chi no, chi si diverte e chi no. Sicuramente uno youtuber in più non può fare più danni di un giornalista o di un esperto o di un critico o di come volete chiamarlo. Anche se magari può sembrare il contrario.