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[XBOX ONE REVIEW] RAINBOW SIX: SIEGE


C'era una volta uno shooter diverso da tutti gli altri. C'era una volta Tom Clancy e una Ubisoft molto diversa da quella odiera. C'era una volta l'utenza hardcore PC e tutto il resto. Poi le cose sono cambiate e con loro, noi. E pure quello shooter.
I giocatori più anziani esperti ricorderanno con piacere il 1998, anno in cui la serie Rainbox Six scombinò un genere intero, grazie al suo approccio decisamente diverso dai grandi classici. Ritmi blandi, pianificazione strategica, tatticismi: Rainbow Six era tutto questo e l'impronta simulativa fu ereditata poco dopo anche dall'altrettanto celebre Ghost Recon che insieme a Operation Flashpoint (l'originale, concorrente dell'epoca) componeva un trittico irrinunciabile per gli appassionati di realismo bellico. Ricordo con piacere una vita precedente su Clanbase (nazionale di GR, mica pizze e fichi), LAN come se non ci fosse un domani e serate guerreggianti che, purtroppo, hanno perso di intensità release dopo release. Rainbow Six ha in un certo senso resistito mantenendo la sua identità, fino a Raven Shield. Ghost Recon è stato snaturato alla prima release console (se escludiamo il brutto porting su PS2 della migliore versione). Insomma se una volta esistevano i tactical shooter, con l'affermarsi delle console moderne (da Xbox 360 e PS3 in poi diciamo) tutto si è uniformato verso uno stile Call of Duty premiato da pubblico e vendite, dati alla mano. Rainbow Six: Siege è l'ultimo capitolo della saga, annunciato nel 2014 a Colonia e arrivato su Xbox One solo qualche settimana fa. La prima cosa da dire è che Siege, come i predecessori più attuali, strizza l'occhio allo stesso target del Call of Duty appena citato e a livello di gameplay segue una formula collaudata con un twist fondamentale che è la distruttibilità di qualsiasi environment. Fondamentalmente in un alternarsi costante di attacco e difesa, sarà possibile demolire praticamente qualsiasi cosa per arrivare all'obiettivo stabilito così come ricorrere a fortificazioni ad hoc per blindare stanze o aree sensibili. La possibilità di distruggere muri, soffitti e porte ha un forte impatto nella scelta dell'operatore da impersonare (dalle forze speciali di tutto il mondo) e della strategia da seguire.



L'azione frenetica ruota attorno a incursioni a caccia di bombe da neutralizzare, ostaggi da liberare e nemici da uccidere o alle situazioni opposte in difesa. Rainbow Six: Siege è divertente, addictive e ben fatto (quasi) sotto tutti i punti di vista (al netto di qualche bug e minchiate varie quasi marchio di fabbrica di Ubisoft ormai). Il vero problema resta la completa assenza di una campagna single player degna di nota e la totale dipendenza dall'online per gustare a fondo l'esperienza. Anzi, Siege è praticamente un gioco online only perchè se si escludono le simulazioni del tutorial per imparare a padroneggiare armi, risorse e abilità speciali (RB per ognuno, passando da fumogeni velenosi fino a un martellone gigante, da uno scudo antiproiettile alle granate laser e via dicendo) tutto prevede un passaggio in rete. L'opzione cooperativa per 5 giocatori è l'unica variante rispetto al più classico Deatmatch. Ogni missione porterà all'accumulo di fama, indispensabile per acquistare mod delle armi ma anche skin e fighettate varie ottenibili anche spendendo moneta sonante nello shop. Stringendo, la questione è semplice: Siege funziona a patto di sfruttare Xbox Live fino in fondo, nell'ottica di migliorare i diversi PG e livellare per entrare nel roster dei migliori (partite classificate solo sopra il livello 20). In caso contrario, considerando anche i ricchi 70€ da sborsare per l'acquisto, anche no. Ok il divertimento virtualmente infinito ma c'è un limite a tutto.

VOTO 6/10