14 agosto 2015

LA STORIA DI BLADE RUNNER (N.1): IL CACCIATORE DI ANDROIDI


Per comprendere l’importanza che Philip K. Dick ha avuto nella letteratura di fantascienza, basti pensare che è stato il padre spirituale e l’ispiratore di Gibson a cui è stato attribuito la nascita del genere cyberpunk. A ben vedere questo libro, pubblicato nel 1968 è stato un precursore del genere. Ciò che caratterizzava la fantascienza prima dell’uscita di Blade Runner (ispirato ovviamente da quest'opera) era una visione utopica del futuro, dove l’evoluzione del genere umano e della società raggiungeva apici di inaspettato splendore.
Questo si rifletteva anche nella cinematografia di quel periodo: l’esempio più classico che si fa in questi casi è l'ambientazione asettica di 2001 Odissea nello Spazio, con l'uomo deciso ad esplorare il cosmo, non per necessità, ma per ampliare la propria conoscenza e per portarsi ad un livello superiore di percezione della vita. Lo sviluppo è il motore che spinge il genere umano ad un automiglioramento e l’idea positivista della tecnologia ne è lo specchio. Nella visione di Dick tutto questo non c’è: il genere umano cerca arrancante di sopravvivere alla tecnologia che ha inesorabilmente distrutto tutto quello era stato faticosamente costruito, dopo la guerra nucleare che non ha mai avuto un vincitore e ha decimato la popolazione mondiale (nel libro viene detto che nessuno ricorda più chi ha vinto). La Terra rimasta sommersa da una sottile polvere radioattiva e dalla palta che si insinua tra le persone contaminando tutto quello che trova e che finisce per condannare l’uomo ad una lenta morte, precorsa dalla sterilità. Le persone vengono classificate: da un lato vi sono i normali che sono invitati a lasciare il pianeta per migrare verso le colonie extramondo e gli speciali quelli che sono stati contaminati e che sono ormai destinati ad un lento degrado del cervello. La tecnologia è fulcro della decadenza umana e il suo simulacro sono gli androidi, i sintetici, che nel libro sono visti come freddi calcolatori. L’uomo si sostituisce a Dio, ma finisce per perdere la propria identità. Gli esseri umani sono schiavi del modulatore di umore, una sorta di primordiale computer (al tempo non esisteva l’idea di calcolatore come lo intendiamo noi), che regola i sentimenti di chi ne fa uso.


Viene rappresentata una società oppressa da una televisione, incessante, rumorosa con un solo programma che va in onda 24 ore su 24 e sempre in diretta, come se il rumore che generasse andasse a coprire il silenzio delle città deserte. La visione pessimistica non risparmia nemmeno la religione: il Mercerianesimo è l’unica cosa simile ad un credo rimasto sulla terra, tutti si collegano ad una scatola empatica e condividono l’esperienza di Mercer, che alla fine si rivelerà un messia inesistente prodotto dai un uomo, un attore. La tematica principale del libro è l’empatia, cosa che inizialmente differenzia l’uomo dai sintetici. Avanti nel libro però questo limite si assottiglia sempre di più rendendo tutto confuso. Si mette in discussione il concetto di quello che è umano e quello che è artificiale e l’unico barlume di umanità rimane proprio negli speciali che non hanno paura di provare emozioni o di ascoltare il silenzio. Tutto questo è veicolato attraverso il protagonista, Deckard, un poliziotto che verrà incaricato di trovare degli androidi fuggiti da una colonia extramondo e rifugiatisi illegalmente sulla terra. Deckard è lo specchio della società, la sua ispirazione massima è quella di avere un animale vero da accudire, a costo di dover risparmiare per tutta la vita. I sogni di Deckard si fondono con i sogni degli androidi tanto da pensare di essere lui stesso un androide. Le similitudini con molti temi tipici del cyberpunk sono evidenti, di sicuro il concetto alla base è lo stesso.

3 Comments:

Posta un commento

Questo form è per dire la tua. Ricordati di registrarti con il tuo account Twitter/Google con un bel click sul colonnino a destra "Unisciti al sito". Pensa che è gratis e fa pure figo!