14 aprile 2012

L'ITALIA DEI VIDEOGIOCHI


Online da questa mattina, un nuovo articolo per Giornalettismo, all'indomani del disegno di legge presentato dal PdL per favorire lo sviluppo delle software house nostrane. Per motivi di spazio, ovviamente, non ho potuto approfondire più di tanto la questione che, come sapete, mi sta parecchio a cuore.
Il momento è rischioso e l'ingresso della politica che comunque si era già affacciata in zona, lo è ancora di più. Portare il videogioco al livello del cinema, dal punto di vista della fiscalità e di tutte quelle robe lì che appartengono al linguaggio dell'economia, mi fa venire in mente per esempio la gestione ad minchiam dei finanziamenti pubblici per i film. Tanti soldi buttati al cesso, per promuovere e realizzare cagate epocali. Un rischio concreto, che arriva nel momento in cui il medium è sotto i riflettori e pecioni vari si infilano per cercare di razzolare denari. In questo momento storico particolare poi, sono personalmente attratto dallo spam che mi arriva relativamente ai corsi di formazione, le scuole e gli sbocchi lavorativi per il futuro, di cui ho già scritto un pochino in tempi recenti. Puttanate, una dietro l'altra, organizzate sempre e comunque da gente che, al massimo, potrebbe fare domande e imparare, non dare risposte e insegnare. In particolar modo, poppano in maniera preoccupante workshop, seminari e corsi dedicati al Game Design, come se per un designer ci fossero sbocchi professionali in Italia, oggi, o come se qualcuno che non sia quei pochi professionisti veri che ci sono in giro, possa realmente discorrere di progetti veri, spiegare come funziona una pipeline e tutte queste cose qui. Ieri addirittura, ho letto una delle più grosse cazzate mai circolate in rete, su un portale neanche troppo piccolo che è Tom's Hardware (L'Espresso) che ha deciso di inaugurare una sezione dedicata all'argomento: "Il nostro ideale autore dovrebbe quindi pensare a qualcosa cui egli stesso vorrebbe giocare e non a qualcosa a cui pensa che gli altri vorrebbero giocare".

Un ottimo consiglio per venire derisi in qualsiasi colloquio di lavoro e passare per idioti, laddove il primo task di uno studio o di un publisher, è quello di produrre prodotti vendibili che incontrano i gusti della gente. Più in generale, in un solo articolo, è raccolto il più grosso numero di banalità e info sbagliate che potessi pensare di trovare in una botta sola. Bel servizio del menga, per una testata che di traffico ne genera assai, con conseguente problemino di info sbagliate al pubblico e tutto quel che ne consegue (leggetelo perchè è tragicomico). Del resto però se in ambito accademico chi organizza cose non domanda...se in ambito giornalistico, chi pensa di dare un servizio a qualcuno e si affida a presunti professionisti non domanda...se in linea generale, chi non capisce di videogiochi non domanda...ma di cosa ci stupiamo? La domanda quale dovrebbe essere, dite? Facile facile: "Tu, che insegni/rispondi a domande/parli di/spieghi cose, su che prodotti hai lavorato?". Cazzo ma è così complicato?

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