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#PRAYFORGAMES: TERRORISMO DISINFORMATICO


Premessa: questo articolo non vuole essere l'ennesimo atto di sciacallaggio verso un evento drammatico di proporzioni inaudite, ma solo una riflessione su quello che la cattiva informazione del web porta ai danni del nostro passatempo preferito. E non solo. Il 13 novembre 2015 è un giorno che i francesi non scorderanno tanto facilmente. Anzi, probabilmente non lo dimenticheranno mai, leggendolo negli anni a venire persino nei libri di scuola.
Soprannominato (non senza un pizzico di retorica, a dire il vero) il nuovo 11 settembre, il recente attacco dell'ISIS diretto al cuore della Francia e in particolar modo della città di Parigi, ha smosso le anime e le coscienze di centinaia di migliaia di persone, inorridite davanti al macabra esecuzione di innocenti, siano essi spettatori di un concerto o semplicemente clienti di un bar. "Quello che è successo venerdì a Parigi è un atto di guerra commesso da un’armata jihadista contro i valori che noi difendiamo e che siamo, ossia un paese libero". Parole del presidente francese, Francois Hollande, pregne di significato e di spirito patriottico. Le stesse che, purtroppo, non ha usato certa stampa specializzata e alcuni esponenti politici esteri, i quali si sono lasciati andare a dichiarazioni imbarazzanti che, senza alcuno stupore, hanno colpito anche l'argomento che su queste pagine ci tocca più nello specifico. Indovinate quale. Stavolta però, siamo ad uno step successivo di infamia: non più un videogioco acclarato da prendere come bersaglio, bensì additare un'intera console come lo strumento di comunicazione preferito dei terroristi, avendo pianificato le loro operazioni comunicando attraverso la PlayStation 4, parlandosi o addirittura chattando in modalità criptata. Come fosse uno Skype qualsiasi, insomma. A gettare benzina sul fuoco ci pensa il sito internet Forbes, che strillando un titolo capace di fare tanti danni quanti un'esplosione atomica "Come i terroristi dello Stato Islamico a Parigi potrebbero aver utilizzato la PlayStation 4 per discutere e pianificare gli attentati", smuove il mondo dell'informazione videoludica e dei cospiratori, sempre pronti a gettare fango sul medium videogioco come fosse sempre e comunque la causa del mali peggiori del mondo.


Paul Tassi, il giornalista dietro all'articolo incriminato, cita il ministro degli interni belga, Jan Jambon, il quale ha apertamente dichiarato che "i componenti del gruppo stato islamico utilizzano la PS4 per comunicare". Perché sarebbe difficile da controllare, dicono, ancora di più rispetto a Whatsapp. Ma non finisce qui: anche in Italia, più in particolare sulle pagine de Il Fatto Quotidiano, si è deciso di utilizzare un titolo dai toni sensazionalistici per attirare l'attenzione sull'evento (sbagliato). E poi, in prima serata, TG1, TG5 e via a ruota libera. Oggi, invece, salta tutto il teatrino: quell’intervista a Jambon era stata fatta il 10 novembre, tre giorni prima della strage di Parigi. Non esisteva alcuna correlazione diretta con gli attentati, né tantomeno i terroristi giocavano alla PS4 nella loro abitazione di Molenbeek (saranno stati nintendari, chi può dirlo). Il perché di tutto questo polverone? Semplice: il vero problema non è esattamente la chat vocale di PS4 utilizzata per comunicare. Perché, forse, i terroristi hanno altro a cui pensare piuttosto che giocare a Call of Duty scrivendo messaggi in codice coi fori di proiettile lasciati nei muri. Perché, forse, non serve continuare sempre e comunque a puntare il dito su un colpevole di circostanza, tanto odiato dai benpensanti, quando abbiamo 129 bare su cui piangere. Perché a volte, il vero nemico è anche e sopratutto la cattiva informazione. E quella, purtroppo, passa anche per il mondo dei videogiochi. Sempre.