23 luglio 2011

I VIDEOGIOCHI VIOLENTI, L'ANNOSA QUESTIONE DELL'INTERATTIVITA' E LA GENTE CHE MUORE (VERAMENTE) IN TV


Ciclicamente, parlando di videogiochi, vengono dette castronerie oltre i limiti del consentito, in particolar modo da giornalisti che, generalmente, si occupano di altro. Si sente spesso parlare soprattutto di come sia labile a volte, la linea che separa il divertimento dall'inutile mercificazione di conenuti e situazioni storicamente difficili da affrontare, spiegare, rappresentare.

Ciò che in genere viene teorizzato è che è l'interattività di base del videogioco stesso a far oltrepassare quella linea che per altri media è immobile. Una scoperta sensazionale direi, che sta a significare in soldoni che alcune cose che vanno benissimo in TV, noi altri non dovremmo vederle. Io personalmente da un po' di tempo, in queste diatribe, preferisco non entrare più. Mi hanno rotto le palle i soliti cialtroni che aprono bocca senza sapere ma un po' mi hanno rotto le palle anche tutti quelli che partono in sesta per ogni castroneria sparata contro i tanto amati giochini elettronici. Ci può stare del resto, non si può fare una crociata ogni 2 mesi anche se le occasioni neanche mancherebbero a dirla tutta. Ogni giorno si vede di peggio in TV e nessuno dice niente. Vero, verissimo, per carità, ma anche scoprire che tette, culi, violenza e programmi inutili sono un problema di ora, mi sembra abbastanza comico per una strategia difensiva che meriterebbe qualcosa di più. Personalmente, non sono mai stato un amante della televisione, utilizzata solo per attaccarci le console negli ultimi 12 anni ma trovo che alcune cose vadano viste, specialmente quando si lavora in un settore come il mio. Non sono mai stato neppure da biNbominkia, uno di quelli pronti a passare un pomeriggio sdraiato sul divano, neppure davanti ai cartoni animati. Da quando c'è Sky però, la questione è cambiata: effettivamente il satellite ti apre un mondo e tra le tante cose propinate (belle, meno belle, fantastiche, lammerda...) ogni tanto capita qualcosa che ti fa tornare al punto di partenza di questa riflessione, pur essendo il tema trattato decisamente differente e poco attinente.


Qualche anno fa esisteva una serie documentario chiamata Vita al Pronto Soccorso (in USA Trauma: Life in The E.R.), un format americano naturalmente, passato da Discovery Channel (non un canale del menga quindi, di default impostato proprio in chiave documentaristica), che raccontava l'esperienza dei medici degli ospedali più incasinati d'America, impegnati con emergenze vere, crudissime e soprattutto filmate dal primo all'ultimo momento. Il signor Willy è il primo ad arrivare nella puntata che meglio ricordo: gli è caduto un pezzo del tetto di casa sulla gamba. Frattura esposta della tibia, piange dal dolore mentre gli puliscono la ferita. Alla fine devono imbottirlo di morfina e trova anche il tempo per ridere, mentre ai parenti dicono che rischia l'amputazione dell'arto, considerando i detriti infilati nelle carni, intorno all'osso. Il secondo ospite è John, bambino di 7 anni in preda alle convulsioni. Una specie di posseduto che solo le medicine possono placare, mentre la mamma disperata piange senza capire una cippa di quel che sta succedendo. Per terzo entra Martin, un tossico che è stato pestato di botte per una dose. Per fortuna la tac dice che non ha niente che non va, giusto la testa aperta in più parti, ma sono solo tagli. Zampillano sangue in faccia ai dottori ma con un po' di punti qui e li tutto si risolve (ovviamente la cucitura è illustrata nel dettaglio, con i pezzetti di pelle presi, appoggiati e saldati a modo). A un certo momento la situazione degenera: Peter, 35 anni, ha avuto un incidente in macchina ed è stato sbalzato fuori: frattura del bacino, frattura scomposta ed esposta di femore, tibia e caviglia. Praticamente ha una gamba in tre pezzi girata al contrario. Per fortuna è svenuto dal dolore e non sente una sega, sostanzialmente l'arto è a squadra in posizione opposta a quella consona. Passaggio in sala operatoria, i medici cercano di capire che fare: "Dove cazzo è l'osso? Trovato?" "No, troppo sangue, non vedo una cippa, questa è una vena recisa, non c'entra nulla". Peter per fortuna, comunque, si salverà dopo 8 interventi e in 36 mesi, forse, tornerà a camminare come prima.


Il gran finale però è in agguato: Robin è stato rapinato, gli hanno sparato un colpo nello stomaco. Soffre come un cane, perchè l'emorragia in questi casi è devastante e il dolore infinito. I medici lo intubano, bisogna estrarre il proiettile, si va in sala operatoria. La camera gioca tra il volto di lui (ora anestetizzato dopo le lacrime e le urla) e la sua pancia, aperta, con un paio di persone a tirar fuori interiora in cerca di questo minchia di proiettile. L'operazione procede per qualche minuto in maniera surreale. Sembra come quando si cerca qualcosa in uno scatolone, il concetto è quello. Al termine della procedura, zoomata sul macchinario che controlla le pulsazioni: Robin è morto, non ce l'ha fatta. Cazzo, dico. Hanno filmato e fatto la telecronaca di un'agonia reale, riprendendo, montando e commentando il decesso in modo che fosse televisivamente funzionale. Come succede nei documentari, per l'appunto. Non sono un bigotto, trovo che per far riflettere i giovani, siano cose come questa a dover essere mostrate nelle scuole: questo è quel che succede se fai lo stronzo, questo è quel che succede se maneggi un'arma, questo è quel che succede se corri come un pazzo in macchina e così via. Devo dire però che vedere queste cose mi ha turbato parecchio, eppure sono uno di quelli che quando ha giocato Postal, non si è fatto problemi a pisciare su una tomba, a massacrare una schiera di mamme rompicoglioni e a montare un gatto su un fucile come silenziatore. Però a me la gente sparata morta, quella vera, proprio mi turba. Forteforte, tantotanto. Siamo sicuri che l'interattività sia il problema? Secondo me se ne può parlare.

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